PARODONTITE – DIAGNOSI E TERAPIA

Nel primo articolo abbiamo fatto un’introduzione generale sulla parodontite, con riferimenti alla sua diffusione tra la popolazione, al modo in cui inizia, si manifesta e progredisce.

A questo punto viene da chiedersi: come si fa diagnosi di parodontite?

Come per le altre malattie, prima di esaminare il paziente è fondamentale raccogliere tutti i dati anamnestici utili, tra cui, in particolare, quelli riguardanti il motivo della visita, le necessità e aspettative del paziente, le abitudini di igiene orale domiciliare, l’eventuale abitudine al fumo, e naturalmente eventuali patologie e terapie in atto o pregresse.

Dal momento che, come abbiamo detto, la parodontite è caratterizzata dalla perdita di attacco gengivale, procederemo, dopo l’ispezione e la palpazione dei tessuti gengivali, alla ricerca e misurazione di eventuali perdite di attacco con il cosiddetto sondaggio parodontale, che consiste nel passaggio, dente per dente, di una sonda millimetrata nel solco gengivale fino alla sua base (tranquilli, è una procedura noiosa, ma indolore!): in questo modo si possono rilevare solchi profondi 4mm o più, ovvero le tasche parodontali. Questo esame viene eseguito in forma ridotta anche in bocche apparentemente sane: qualora venisse rilevata una tasca è indicato allora procedere con il sondaggio completo.

E’ però importante escludere altre cause di perdita di attacco, quali ad es. recessioni gengivali per traumatismo da spazzolamento o carie in prossimità della gengiva!

Durante il sondaggio, per ogni dente vengono annotati in una apposita cartella clinica (cartella parodontale), oltre alla profondità delle tasche, anche altri segni di malattia parodontale quali sanguinamento al sondaggio – espressione di infiammazione gengivale -, eventuali recessioni gengivali, mobilità ecc.

Al sondaggio parodontale viene affiancato un esame radiografico, generalmente eseguito su tutti i settori della bocca, che ci mostra il livello di perdita ossea intorno alle radici dei denti.

Con la cartella parodontale e gli esami radiografici facciamo diagnosi di parodontite e ne definiamo gravità e localizzazione.

E’ bene anche saper individuare le situazioni in cui la terapia e il mantenimento parodontale possa dare scarsi risultati o non essere strategicamente sensata, o influenzare negativamente la salute generale del paziente (ad es. parodontite avanzata, esiguo numero di denti residui, paziente anziano con scarsa igiene orale domiciliare e scarsa motivazione, ecc.).

Come si cura la parodontite?

Il trattamento della parodontite mira ad arrestare la patologia e ad aumentare l’efficacia delle manovre di igiene orale domiciliare atte a rimuovere la placca batterica, causa principale di progressione della malattia. E’ pertanto di fondamentale importanza non solo la terapia effettuata dallo specialista ma anche e soprattutto la collaborazione domiciliare del paziente.

Arrestare e tenere sotto controllo la parodontite aiuta a preservare a lungo la dentatura naturale e, come vedremo nel prossimo articolo, migliora notevolmente la prognosi di altri trattamenti odontoiatrici.

E’ importante fare presente che la terapia parodontale deve essere accompagnata a una valutazione più sistemica della parodontite, ovvero agli effetti che alcune condizioni o malattie del nostro organismo hanno sulla parodontite e viceversa.

Il paziente infatti può presentare dei fattori di rischio per la parodontite su cui è possibile e opportuno intervenire, ovvero l’abitudine al fumo e il diabete mellito: questi due fattori accelerano la progressione della malattia, non solo agendo direttamente sulla malattia ma anche diminuendo l’efficacia dei trattamenti. E’ importante quindi informare il paziente a riguardo e invitarlo a ridurre o cessare il fumo e a tenere controllato il diabete con il proprio curante. Stando a quanto finora dimostrato, probabilmente è anche vero che non solo la parodontite a sua volta aggrava il diabete, ma la terapia parodontale lo migliora in termini di glicemia!

A prescindere da fumo e diabete, va sempre comunque informato ogni paziente che la malattia parodontale, anche se non sappiamo ancora in che modo e in che misura, sembra essere associata alla genesi e alla progressione dell’aterosclerosi, principale responsabile di eventi cardiocerebrovascolari.

La terapia parodontale vera e propria consiste essenzialmente nella limitazione dei fattori di rischio locali e nella rimozione, principalmente non chirurgica, di placca e tartaro dalle superfici sopra e sottogengivali.

Può essere suddivisa in 3 o, più frequentemente, 2 fasi.

Vediamo come e perché.

La prima fase (terapia causale) consiste nella rimozione di gran parte della placca batterica sopra e sottogengivale, causa della parodontite. Questa fase ha inizio con un primo colloquio in cui il paziente viene motivato e istruito alle manovre di una corretta igiene orale domiciliare, che saranno calibrate sulle reali esigenze e capacità del paziente; al colloquio segue la terapia non chirurgica, ovvero la rimozione – generalmente mediante strumenti a ultrasuoni – di placca batterica e tartaro – che non è altro che placca batterica che col tempo si è calcificata – dalle superfici dentali sopra e sottogengivali; questa può essere eseguita in una o più (fino a 4, a seconda dei casi) sedute di igiene orale professionale. Questa seconda fase comprende anche l’individuazione e la rifinitura (o quando necessario la sostituzione) di quei restauri (ad es. otturazioni) che presentano margini imprecisi che hanno facilitato l’accumulo di placca batterica.

Cosa ci si aspetta da questa terapia?

I risultati attesi dopo terapia non chirurgica sono:

  • riduzione dell’infiammazione gengivale (gengive meno gonfie e meno sanguinanti)
  • riduzione della profondità delle tasche: quest’ultima è il risultato sia di una minima retrazione gengivale (laddove il margine gengivale si presentava infiammato e gonfio) sia della formazione di nuovo attacco gengivale nella porzione più profonda della tasca.

Quanto tempo ci vuole per sapere se la terapia ha sortito gli effetti sperati?

A seconda dei casi, i risultati ottenuti vengono registrati a distanza di 1-3 mesi dal termine della terapia non chirurgica, il tempo necessario per la risoluzione dell’infiammazione e la guarigione dei tessuti (gengiva e attacco gengivale).

Cosa succede se questi risultati vengono raggiunti? E se non vengono raggiunti?

Se la terapia causale ha sortito gli effetti sperati, il paziente può essere inserito in un protocollo di mantenimento (passando quindi direttamente alla terza fase della terapia parodontale, detta “fase di mantenimento”), che consiste nel calendarizzare i controlli e le sedute di igiene orale professionale a seconda del singolo caso.

Se gli effetti sperati non sono stati raggiunti, si dovrà decidere, in base a diversi fattori quali ad esempio la localizzazione e la profondità delle tasche residue, se sarà conveniente ripetere la terapia causale (prima fase) o procedere con un approccio chirurgico (seconda fase della terapia parodontale, detta “fase aggiuntiva”) in cui alla rimozione di placca e tartaro sottogengivali può essere associata una modifica dell’anatomia e dei rapporti dento-osseo-gengivali o la rigenerazione dei tessuti parodontali persi (terapia chirurgica).

La maggior parte dei pazienti affetti da parodontite può essere trattata con successo con terapia non

chirurgica se associata ad una efficace terapia di mantenimento. Nella maggior parte (il 60-70%) dei casi quindi la terapia chirurgica (seconda fase) non è indicata.

Riassumendo, la cura della parodontite può essere suddivisa in 3 fasi:

  • fase: terapia causale, ovvero istruzione e motivazione all’igiene orale domiciliare e rimozione di placca e tartaro sopra e sottogengivali
  • rivalutazione a 1-3 mesi: momento diagnostico in base a cui si decide se ripetere la terapia non chirurgica laddove necessario oppure procedere con le fasi successive
  • fase: trattamenti parodontali chirurgici qualora indicati;
  • fase: inserimento del paziente in un protocollo di mantenimento per consolidare nel tempo i risultati raggiunti

Intercettare tempestivamente la parodontite e coinvolgere il paziente nell’iter diagnostico-terapeutico aiuta a preservare la dentatura naturale e, come vedremo nel prossimo articolo, mette il cavo orale nelle migliori condizioni per ricevere altri trattamenti  eventualmente necessari come ad esempio quelli protesici e implantari.